Precariato: un lavoro imperdibile
Io, c’è da dire, non mi posso lamentare, infatti un mestiere fisso ce l’ho. Certo, per ora non mi dà un granché da vivere, ma ultimamente ho molto da fare e sono sicuro che a breve raccoglierò i frutti. Mi alzo la mattina presto e tiro cinghia, sfoglio giornali e cerco annunci, seleziono contatti, faccio liste di indirizzi, telefono e scrivo in continuazione. Passo le giornate ad inviare e-mail, allegare curriculum, a fornire motivazioni e tentare collaborazioni.
Non mi fermo mai, non c’è sabato né domenica, e la sera tiro fino a tardi. Devo capire come convincere, incuriosire, devo trovare ciò che davvero può interessare; devo scovare i buoni annunci e scartare i bidoni. Ogni tanto, in alcune giornate, cercando così lungamente mi viene lo sconforto. Tra attese, conferme di lettura, smentite e mancate risposte, non ho neppure il tempo di bermi un caffè. È tutto molto stressante e in certi momenti è facile addentrarsi per pensieri fitti di pessime idee.
A che serve lavorare così, come una bestia da soma? Non mi sarò scelto un cattivo mestiere? Siamo sicuri che sia proprio quello che fa per me? Tanto più che per ora neppure l’ombra di un ghello. Va bene, un buon imprenditore deve saper investire. Ok, bisogna essere ottimisti. Ma a volte è proprio dura.
Chiudo gli occhi: amari ricordi. Vedo qualcuno in un ufficio vivere una vita o un attimo che potevano essere i miei. Al posto di quell’uomo potrei esserci io se qualche tempo fa mi fossi fermato, oppure se tanto tempo prima, invece di fare una scelta avessi fatto quella opposta e dopo vari percorsi mi fossi trovato in quel posto, in quell’ufficio. Ma ormai quel futuro è mancato, non è stato realizzato, e non posso che guardare avanti, proseguire e viaggiare, tentando nuove strade.
Riesco a imbrogliare l’umore. Di nuovo alla carica. Provo altre vie, aggiusto la forma e rafforzo il CV. Richiamo quel tizio che sembrava interessato, ma è sempre in riunione. Raccolgo qualche indirizzo, esco di casa e incomincio a bussare porte e suonar campanelli. È un vero tour de force: a volte salto pure la pausa pranzo, oppure trangugio un panino di volata. Sono talmente di fretta che a fine giornata non mi ricordo più bene con chi ho parlato. Tuttavia, considerando quanto poco lavoro c’è in giro, ci può stare, non posso che ritenermi fortunato.
Continuo con questo regime per qualche giorno ancora. Finalmente squilla il telefono, il numero in rubrica non c’è. Cercano per un lavoro e mi trovano interessato. Bene, colloquio fissato. Ottimo, colloquio passato.
Oh, un bel contrattino. Sei mesi a progetto con numerosi vantaggi: un’entrata fissa, nuove esperienze, nuove speranze; un bigliettino da visita e un ufficio decente. Farò cose e conoscerò gente, poi si vedrà. Oh, progettino finito. Sei mesi passati, lavoro diminuito, magari verrò richiamato. Beh, non fa nulla, poco male, rieccomi all’attacco, ho nuovi contatti e so fare più cose.
E così tra collaborazioni e prestiti qua e là, questo è il bilancio di fine anno: nulla di fisso, zero vittime, poco di preso, tanto di dato. Previsioni? In pianura piogge lievi sparse qua e là, nel pomeriggio qualche raggio di sole. Per i prossimi giorni, tempo incerto.
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L’idea di questo racconto è nata grazie al simpatico GioCOCOnCOrso
“VITE DA PRECARI” creato Zop




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